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September 12/04/2017

LA TRADIZIONE DELLE UOVA DI PASQUA NELLA GIOIELLERIA

Se si pensa a uova-gioiello il primo pensiero va alle uova di Fabergé, gioielli russi imperiali creati in tempi relativamente recenti, nel corso del XIX secolo. 

Ma l’idea di uova riccamente decorate tanto da diventare veri e propri gioielli risale a molto prima nel tempo, a miti e leggende legate alla Pasqua che traggono origine da culture e tempi molto diversi tra loro. Nelle religioni pagane l’uovo era considerato un simbolo sacro della primavera e della vita, la Pasqua era una festa della fertilità e della rinascita, del risveglio della natura dopo l'inverno. La parola inglese “Pasqua” deriva da Oestre, il nome della dea sassone della primavera e della femminilità, che si basava, a sua volta, sul nome della divinità della fertilità, Ostara.

Le uova erano una risorsa alimentare preziosa e vitale per le culture antiche. Ricco di sostanze nutritive di vita, per questo e per la sua la forma regolare e perfetta era  considerato uno dei miracoli della natura e venerato come simbolo di abbondanza e di fertilità. La tradizione delle uova di Pasqua decorate, invece, pare risalga alla cultura preistorica ucraina, dove ancora oggi la decorazione di uova è ritenuta una vera e propria forma d'arte. Durante il Medioevo l'uovo di Pasqua è quasi scomparso perché la Chiesa ha voluto sostituire oggetti di culto pagani con le idee cristiane di resurrezione e di rinascita. Tuttavia, la gente amava molto la tradizione pagana delle uova e alla fine la Chiesa ha ceduto e ha finalmente accettato l'uovo come simbolo della Pasqua. In epoca vittoriana, grazie proprio alla regina Vittoria, l’uovo come simbolo da venerare e da omaggiare come buon auspicio riprende la sua centralità con versioni anche lussuose in raso e pizzo e all’interno gioielli. Nel XIX secolo, l’uovo-gioiello trova, infine, la sua massima espressione nelle opere realizzate a mano dal gioielliere reale, Carl Fabergé, per gli zar russi Alessandro III e Nicola II come preziosi regali di Pasqua per le loro mogli e le loro madri.

Il primo uovo Fabergé è realizzato in oro giallo e il suo guscio smaltato di bianco si apre per rivelare altri preziosi gioielli. Dopo la rivoluzione russa, la famiglia Fabergé fu costretta a fuggire dalla Russia. Da allora, il marchio Fabergé è stato venduto e ha cambiato proprietà molte volte. Fino ad oggi, la Casa di Fabergé ha prodotto circa 50 uova, molte delle quali si possono ammirare nei musei di tutto il mondo.

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September 30/03/2017

Obiettivo sostenibilità

Design ma anche etica. Pandora prende sul serio le aspettative dei propri clienti che si aspettano di comprare un gioiello esteticamente bello ma anche un prodotto etico, che rispetta l’ambiente e i diritti dei lavoratori.

L’impatto più grave dell’industria dei gioielli sul nostro pianeta riguarda l’inquinamento di aria e di suolo e il consumo di acqua. La maggior parte di questi problemi non deriva dalla produzione ma dalla catena dei fornitori. In quest’ottica Pandora ribadisce la sua visione olistica alla sostenibilità con il Responsible Supplier Programme, creato appositamente per i fornitori:un codice di condotta da rispettare, controlli regolari e training annuali a tema ambiente, salute e sicurezza delle risorse umane. L’attenzione alla sostenibilità ambientale si traduce in atti concreti come il riciclo delle materie prime: il 96% dell’oro e l’83% dell’argento utilizzato nei gioielli Pandora è, infatti, riciclato e l’obiettivo è raggiungere presto il 100%. “Siamo sostenitori dell’economia circolare e vogliamo diventare ancora più consapevoli” – afferma Claus Teilmann Petersen, responsabile dell’Etica e della Corporate Social Responsibility dell’azienda di gioielleria dal cuore danese, che continua – “la sfida per il futuro è fare in modo che ogni pezzo della catena produttiva minimizzi il proprio impatto ambientale lavorando in sinergia. Bisogna integrare questa etica in ogni step del percorso.”

September 30/03/2017

Bulgari ha scelto l'Italia

Bulgari, uno dei principali marchi globali del lusso, proprietà della multinazionale francese LVMH, ha appena inaugurato a Valenza Po – storico distretto orafo in provincia di Alessandria - la sua prima manifattura ecosostenibile e la più grande manifattura di gioielli di tutta Europa.

14mila metri quadrati dove il 100% dell’energia utilizzata proviene da fonti rinnovabili, la mobilità è sostenibile e l’utilizzo della luce artificiale è ridotto al minimo. Un modello di design e sostenibilità ambientale, che ospita 470 addetti (saranno 700 entro il 2020) impegnati in tutte le fasi della produzione: dalla creazione degli stampi con l’antica tecnica della fusione a cera persa fino alla pulitura e alla lucidatura dei gioielli, pronti per essere spediti nelle boutique di tutto il mondo. Il nuovo spazio riunisce in un’unica sede i tre precedenti siti in cui Bulgari realizzava i gioielli, un solo luogo che favorisce l’integrazione culturale e produttiva.
La sede è esempio di una nuova organizzazione del lavoro, fondata sulle “isole” - ora sono 8, a pieno regime saranno 18 - con orafi, incastonatori, pulitori, le tre professioni base della gioielleria; ogni “isola” è responsabile di ciò che produce e garanzia di un flusso continuo.
“La sfida – afferma Mauro Di Roberto, direttore generale della divisione gioielleria di Bulgari – è raccogliere un prodotto, congelato nella sua estetica, e inventarci la strada migliore per trasformare i disegni usciti dall’atelier di Roma in gioielli concreti, perché la parte davvero strategica della nuova manifattura non è solo il fare, ma lo scoprire come interpretare ciascun disegno nel modo tecnico più efficace.” Obiettivo di Bulgari è ottenere entro la fine dell’anno la certificazione LEED (leadership in Energy and Environmental Design), il sistema di rating della sostenibilità più diffuso al mondo. Ma, soprattutto, come sostiene Jean Christophe Babin, Amministratore Delegato di Bulgari: “Siamo secondi al mondo e vogliamo diventare primi, fabbricando tutto in Italia e mantenendo quel Made in Italy che è garanzia di qualità unica.”

September 30/03/2017

LA SOSTENIBILITA’ E’ UN VIAGGIO NON UNA DESTINAZIONE

“Shaping a creative future”: Prada, Yale e il Politecnico di Milano esplorano e provano a connettere creatività, sostenibilità e innovazione utilizzando come punto di partenza e riflessione i lavori prodotti dagli studenti, per tratteggiare i percorsi di domani.

A fare da padrone di casa al summit, organizzato alla Fondazione Prada, Carlo Mazzi, presidente di Prada, che ha aperto i lavori sottolineando come: «La creatività è armonia ed è una base fondamentale per il futuro quando si concentra sul bello e buono, trasformandosi in sostenibilità». Al centro della riflessione non più la moda ma la consapevolezza, una visione a 360 gradi e l’inclusività sociale.
Come per Ravi Dhar, professore di management e psicologia a Yale, per cui oggi il concetto di heritage va visto in un’ottica che comprende: “Il come è stato fatto, il dove è stato fatto, inteso anche come fabbrica originale, ma che soprattutto significa anche saper innovare secondo il proprio patrimonio culturale”. Per Carlo Capasa, presidente di Cnmi-Camera nazionale della moda italiana: “I nostri nuovi contenuti sono quelli che collegano il ben fatto, il bello e sostenibile in cui ci sia equilibro tra sviluppo tecnologico e natura.” Mentre Raffaella Cagliano, deputy director of the department of management engineering del Politecnico, ha ricordato: “La sostenibilità è un viaggio, non una destinazione, e il suo compimento è anche collaborare con i competitor”.

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